..il sentimento è un manufatto culturale


Aborto e potere

01.02.2012 14:09

 

"In quel caso (aborto volontario tra le donne bantù) , ad essere in pericolo di vita, non è solo il marito, ma tutto il paese; il cielo stesso ne soffre. Per una strana associazione di idee, un fenomeno fisiologico provoca un disastro cosmico!". James G. Frazer

L'interruzione volontaria di gravidanza è argomento fertile per riflessioni antropologiche.

Nonostante la questione riguardi il corpo della donna, sembra scaldare l'uomo solo in senso antiabortista.

Il discorso pubblico dell'uomo è antiabortista.

L'uomo che riconosce la necessità di i.g.v. la considera "questione da donne" e tace.

Per un colpo d'occhio basti digitare su google "aborto antropologia" e si inciamperà in pagine e pagine di parole maschili, generalmente uomini di chiesa, politici, o aspiranti tali.

Se è vero che è nel corpo della donna che sta l'embrione, è altrettanto vero che è il nome familiare paterno che si trasmetterebbe in caso di prosecuzione della gravidanza.

La legge 194, dal 1978 ad oggi, ha evitato alle donne di rivolgersi alla mammane, con notevoli vantaggi in termini di sopravvivenza, dato che la mortalità da aborti clandestini è nota. Eppure la scelta dei movuimenti antiabortisti è quella di identificarsi come promotori della vita (non della vita prossima, o nuova), quasi un non riconoscimento della vita di queste donne. O ancora una non considerazione del dato empirico (aborti clandestini).

Aborti e infanticidi sono presenti universalmente con una grossa differenza: i primi sono praticabili solo dalle donne.

Un potere inaccettabile secondo la regola della "valenza differenziale tra i sessi" indagata dalla Heritier, che vede nel controllo maschile della fecondità un obiettivo condiviso dalle culture umane.

Oggi le richieste di interruzione volontaria di gravidanza provengono in larga parte da donne migranti, che hanno un accesso difficoltoso ai servizi consultoriali (e di conseguenza meno facilità ad adottare anticoncezionali) e situazioni sociali problematiche. Non di rado sono donne che hanno già figli, magari lontani e non possono permettersi di partorirne altri da non poter allevare.

Da qualche tempo la Regione Piemonte sta affrontando una battaglia ideologica piuttosto onerosa sull'argomento, che ha all'attivo 2 delibere regionali, 2 ricorsi e una proposta di legge.

La famigerata proposta di legge 160 offre appunto un panorama di come l'interruzione volontaria di gravidanza sia emblematica di un ordine sociale culturalmente stabilito: definisce la "famiglia naturale" come unione fondata sul matrimonio tra uomo e donna, coinvolge il padre "se esistente", coinvolge la donna in una commissione tesa a valutare la sua situazione, impegnandola a sottoscrivere una relazione finale (stabilendone implicitamente incapacità critica e inconsapevolezza), cambia la natura del consultorio che da luogo di servizio sanitario diventa avamposto di potere. Non a caso la stessa proposta cerca di promuovere "tecniche di prevenzione delle nascite naturali". Insomma anche l'anticoncezionale, che Umberto Galimberti ha individuato come "la vera rivoluzione biochimica".

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